Il nostro centro studi

Nei primi mesi del 1992, per iniziativa di una mezza dozzina di amici in ansia per le sorti culturali della nostra sonnolenta cittadina, nasceva il Centro Studi Carmagnolesi. Venticinque i soci raccolti qua e là sul momento, più sulla fiducia che per convinzione, Domenico Agasso si prestò volentieri a farci da presidente e nume tutelare.

Non avendo un soldo, né avendo ancora fatto nulla per meritare contributi pubblici, ci finanziammo a livello personale il primo progetto, che fu “Tra Arti e Mestieri”, incentrato sulle attività tipiche del passato in quest’area (quelle legate alla campagna, naturalmente, con particolare riguardo alla canapicoltura e alla produzione delle corde, alla bachicoltura ecc.).

Andò bene: la mostra fu ricca e molto visitata; la pubblicazione finì per pagarsi da sé. Così potemmo proseguire e mantenere quanto prefissatoci: un paio di pubblicazioni l’anno, “quaderni” li definivamo all’inizio, ma divennero da subito libri veri, su argomenti veri.

Non avevamo neanche una sede, allora, e ci trovavamo a casa di uno o dell’altro; ciò che contava era mettere in cantiere dei progetti interessanti.

Di strada ne è stata fatta parecchia da allora, perché quindici anni sono tanti e tante sono state nel tempo le persone coinvolte, ma soprattutto perché abbiamo messo molta passione in quello che abbiamo fatto. Trenta le pubblicazioni, sette i cataloghi d’arte, una ventina tra mostre e allestimenti, il recupero della chiesa di San Rocco e del Museo Tipografico Rondani: non è poco, se si considerano i mezzi limitatissimi di cui disponiamo.

Non è questo il luogo per stare a disquisire dei meriti del nostro Centro Studi, di quanto esso abbia influito o, per certi versi, addirittura indirizzato lo sviluppo culturale e sociale della nostra città.

Certo, quando abbiamo cominciato, nel 1992, Carmagnola era, almeno dal punto di vista culturale, qualcosa di molto simile ad un’area depressa. Cose come la ricerca storica, gli studi artistici, libri e pubblicazioni in genere rano a malapena tollerate dal Palazzo, e solo a patto che non costassero. I più significativi luoghi civili e religiosi erano chiusi per il novanta per cento; ma quel poco che c’era bastava e avanzava per gli unici visitatori che si riusciva ad attirare da queste parti: quelli interessati al peperone e alla sua sagra. Non a caso, quando parlavamo del castello, immancabilmente qualcuno ci chiedeva: «Perché, a Carmagnola c’è un castello?».

A noi pareva invece che Carmagnola meritasse un po’ più di attenzione e così ci siamo dati da fare per rendere i nostri concittadini più partecipi delle molte cose interessanti che possediamo e della ricca storia che abbiamo dietro alle spalle, una storia che ha visto Carmagnola contare qualcosa non solo sul piano economico, ma anche artistico, letterario, strategico-militare. A parte i personaggi di spicco che possiamo vantare e gli artisti che qui hanno operato, la nostra è stata a lungo una città forte, sulla quale si concentravano le mire ambiziose dei potenti della regione. Ai tempi del Marchesato di Saluzzo, in particolare, Carmagnola era un centro importante e fiorenti le sue attività. Intorno al suo castello si sviluppavano non solo i mercati, ma anche una Zecca, una tipografia, le prime scuole pubbliche.

A questo è servita l’opera di divulgazione che abbiamo portato avanti con le nostre pubblicazioni e le nostre iniziative, susseguitesi a ritmo continuo: a far sì che ciascuno si riappropriasse di ciò che è suo, per il solo fatto di vivere qui.

Abbiamo pubblicato studi rigorosi e serissimi, su argomenti che godono del massimo rispetto in ambienti accademici, abbiamo lavorato insieme a tutte le Soprintendenze e a studiosi di rilievo, ma le cose a cui siamo più affezionati sono quelle fatte ad uso e consumo non solo degli studiosi, ma della cittadinanza tutta. Non abbiamo mai rinunciato a dare spazio alle storie della gente comune, alle loro esperienze di vita e di lavoro, coinvolgendo un numero enorme di persone che avevano una testimonianza da affidarci e che abbiamo sempre fatto in modo di valorizzare al meglio.

In quindici anni, possiamo dire di aver raccontato la città in tutte le sue angolazioni possibili: attraverso i suoi personaggi e le sue storie, i suoi luoghi e la sua evoluzione nel tempo, le attività produttive, l’arte. Ma non abbiamo soltanto raccontato, abbiamo operato in modo anche più concreto. Nel 1996 abbiamo preso in mano la chiesa di San Rocco e l’abbiamo recuperata come spazio cittadino, convogliando su di essa gli sforzi di tanta gente e finanziando di tasca nostra, con le nostre iniziative, restauri importanti. Nel 1997 abbiamo restituito alla città un museo, quello tipografico, che da sempre avrebbe dovuto costituire uno dei suoi maggiori vanti e i cui beni erano invece dispersi ovunque. L’abbiamo rimesso in piedi e reso di nuovo visitabile, curandone le pubblicazioni e il restauro di volumi, stampe e matrici.

En passant, abbiamo riportato alla luce la cripta dei monaci cistercensi di Casanova, decorata dalle pitture seicentesche di Domenico Guidobono su cui nessuno da due secoli aveva più posato lo sguardo; abbiamo promosso restauri, organizzato corsi come quello in Biblioteca sulla storia, l’arte, le tradizioni e le potenzialità turistiche di Carmagnola, durato cinque mesi e sfociato poi nella costituzione di un gruppo autonomo che tuttora si occupa dei servizi turistici in occasione di manifestazioni pubbliche e di corsi didattici nelle scuole cittadine. Abbiamo collaborato anche a tante iniziative altrui, fornendo la nostra piena collaborazione ogni volta che ci è stata richiesta: a tutte le edizioni di Porte Aperte, della Giostra dei Delfini (quando c’era), della Rievocazione Storica (quando c’è stata) nonché del Settembre Carmagnolese.

A vedere quanto è stato fatto in questi quindici anni, siamo noi i primi a restare impressionati. Se non altro per l’entusiasmo e la volontà che siamo stati capaci di metterci e che ci paiono ben ripagati dai risultati ottenuti.